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| Tratto da | “Briga c’è” – Supplemento al periodico “Briga Informazioni” - 1990 |

A scoprire San Tommaso fu Carlo Nigra, che tra il 1917 e il 1918 ne fece oggetto di brevi ma fondamentali pubblicazioni: e che, per di più, perorò - e subito ottenne dalla soprintendenza piemontese - i necessari restauri, che salvarono edificio e pitture in esso custodite.
I restauri. In breve: si demolì la porzione del tetto ancora esistente e si ricostruì l’intera copertura, si consolidarono le murature perimetrali e si otturarono le brecce, si pulirono gli affreschi, si sistemò il livello del pavimento in terra battuta, e si rifecero le spalle e l’architrave dell’ingresso. Inoltre - come risulta dai documenti dell’Archivio Parrocchiale - il penitenziere Signini provvide, tramite il Nigra, alla sostituzione della vecchia porta con una nuova e più sicura.
Successivamente - ma sempre nell’ambito degli stessi primi restauri -, vennero sottomurati l’angolo Nord-Est della costruzione e altri tratti delle pareti, e si posero in opera catene in ferro. Fu restaurata la cornice ad archetti dell’abside, e si costruì il muro di contenimento dell’antistante scarpata.
Negli Anni Trenta, la cappella fu studiata e illustrata da Paolo Verzone, grande conoscitore dell’architettura romanica del Novarese. Nel 1971 (parroco don Marino Piffero), il soprintendente Franco Mazzini fece eseguire il restauro dei dipinti mediante fissaggio preventivo di tutta la superficie occupata dagli affreschi, consolidamento degli intonaci con resine, rimozione delle muffe e degli ossidi, asportazione dei sali con metodo chimico, integrazione pittorica.
Nell’ultimo decennio (parroco don Pino Sacco), furono apportate altre migliorie: fu rifatto l’ormai cadente muro di contenimento del 1918, venne migliorato l’accesso al tempio restituito al culto, sulla terra battuta dell’interno fu posato un pavimento di pietra. La chiesa venne dotata di un nuovo altare costituito da un monòlito di granito.
La frequentazione del San Tommaso appariva un tempo riservata praticamente agli stranieri, generalmente tedeschi: un anno, nell’ottobre 1965, la chiesa fu visitata da una comitiva venuta da Egina, l’isola greca dove nacquero i santi fratelli Giulio e Giuliano. Intanto, però i nostri studiosi incominciarono a occuparsi degli affreschi: via via ne parlarono il Mattirolo nel 1937, la Gabrielli nel 1944, il Baroni nel 1952 e altri, fino al Chierici nel 1978, e alla Di Giovanni nel 1980.
Quest’ultima è in grado di fornirci un’analisi completa dell’edificio e una sintesi ragionata degli scritti precedenti, riguardanti sia la storia, sia l’architettura, o il patrimonio pittorico del monumento brighese. Altri studi hanno sottolineato aspetti particolari o semplicemente curiosi, come il “mistero del velano”.
Della storia ho già parlato: prima di arrivare agli affreschi, che costituiscono l’aspetto più interessante del complesso romanico brighese, ritengo utile fornire pochi cenni sull’architettura dell’edificio, peraltro ben descritta dal Verzone. L’edificio, posto su un piccolo divo, è formato da un’unica aula provvista di un’abside semicircolare. La nave non possiede volte, e l’abside è coperta da un semicatino in muratura.
La facciata è a capanna, e in essa si rileva chiaramente il segno della sopraelevazione eseguita nel 1918 per mettere in posa il nuovo tetto di piode. Sopra l’attuale unico ingresso si osservano un’architrave in serizzo a unico blocco, un archivolto a forma di lunetta dotata di una raggiera di pietre con cornice di mattoni disposti ad arco. In alto, perpendicolare alla porta, fa bella mostra un’apertura a croce per l’illuminazione interna. Sempre sull’esterno, si notano i segni (buche pontaie) di antichi restauri, precedenti cioè a quelli del Nigra.
Sulla fiancata a destra di chi guarda la facciata, si possono osservare una porta murata e due finestre con feritoia; sull’opposta parete, si vedono le tracce del campanile abbattuto nel 1910 e di un grosso arco che farebbe pensare a un’antico ingresso carraio (?). Nell’abside, due aperture a feritoia; sopra, un’altra apertura per la luce.
Sulla fissazione della possibile data di costruzione, i pareri degli esperti sono diversi: ma tutti convengono che la chiesa così come la vediamo noi deve essere stata edificata intorno al Mille. Il Nigra la colloca alla fine del secolo precedente, e d’accordo con lui troveremo il Donna d’Oldenico: datazione con la quale concorda modestamente anche chi scrive. Altri propongono l’XI secolo: il Verzone il periodo 1025-1050; la Di Giovanni l’arco tra il 1000 e il 1025.
Entriamo nell’antica chiesa. L’interno appare coperto da un tetto a capriate. L’attenzione del visitatore verrà subito richiamata dal ciclo degli affreschi che adornano l’abside e l’arco trionfale, raffiguranti Gesù fra i simboli degli Evangelisti, la Vergine e gli Apostoli, la Colomba e gli Angeli, un Santo Diacono.
Converrà seguire l’ordine fissato dalla Di Giovanni, che ha esaminato le pitture dopo il restauro del 1971. Ecco quindi nel catino il Cristo racchiuso entro la mandorla, dal viso molto allungato, segnato con grossi contorni rosso scuro, e dal manto verde e rosso mattone. Nella stessa conca absidale, alla destra del Cristo, si ammira un bue (simbolo di San Luca) e dalla parte opposta un leone (rappresentazione simbolica dell’altro evangelista Marco).
Intorno al catino: una decorazione a motivi geometrici, motivo frequente nell’arte dell’epoca ottoniana. Per il Chierici potrebbe trattarsi della rappresentazione figurata di un motivo decorativo caro all’architettura romanica d’Oltralpe.
Nel cilindro absidale, la teoria dei santi con la Madonna. Nove figure. La Madonna, in piedi come i santi, appare in posizione ieratica, porta in testa il maforion, il corto velo delle vergini bizantine: La posa della Madonna orante - afferma la Gabrielli - è simile a quella propria della primitiva arte cristiana.
Un santo sembra porgere a lei una chiave. E’ San Pietro come si legge su un’iscrizione a fianco: San Pietro, dal manto rosso su una tunica bianca, considerato dalla tradizione popolare il guardiano del paradiso. Tutte le figure hanno, come scrive la Di Giovanni: occhi spalancati quasi senza palpebre, pesanti sopracciglia e pesanti contorni, nasi appuntiti e sottili, le gote e gli zigomi segnati da pomelli rossi, fronti basse.
Nella zona superiore dell’arco trionfale, appare una greca rossa, verde e bianca, circondante un tondo che contiene una colomba su fondo bianco, con ai lati due angeli dalle ali spiegate, le vesti bianche coperte da manti rossi. Riferirò, a questo punto, alcuni giudizi sui dipinti di San Tommaso.
Gabrielli. Il ciclo degli affreschi di Briga presenta una posizione non trascurabile nella storia della pittura romanica. Ne sono ben definiti i caratteri, la pennellata a chiazze, le tinte disgregate: verdi nelle ombre, rosse nei contorni, bianche filamentari o a macchia nelle luci.
Grazia Bianchi. Ci basti dire che l’insieme di Briga è eccezionale per il suo stile, anche se sappiamo che gli artisti del medioevo avevano a loro disposizione dei trattati indicanti i modi di rendere i visi, di disegnare le vesti e potevano vedere modelli da cui ispirarsi.
Aldo Moretto. Gli Apostoli della Chiesa di San Tommaso di Briga Novarese forniscono la chiave per conoscere il versante “barbaro” dell’arte ottoniana quando ci si allontani dalle ingerenze dei ristretti circoli palatini... Quand’occorre analizzare esiti come l’abside di Briga Novarese, non diventa più improprio, astorico definire questi artisti: i fauves cristiani.
Ma chi dipinse gli affreschi di San Tommaso? Bianchi: Gli affreschi di Briga colpiscono per l’unità dello stile: sono stati certamente eseguiti da uno stesso pittore, o almeno da un gruppo di artisti guidati da un abilissimo e raffinatissimo maestro. G. Donna d’Oldenico: I diversi particolari dell’abbigliamento degli apostoli avvalorano la supposizione che gli affreschi brigensi siano stati eseguiti da monaci pittori.
Quando vennero eseguite le pitture? Per la Gabrielli verso il 1020 e comunque non oltre la fine del secolo. Su questo punto sono più o meno tutti d’accordo. I più propendono per la prima metà del secolo XI.