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San Colombano

Tratto da “Briga c’è” – Supplemento al periodico “Briga Informazioni” - 1990

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A prescindere da ogni possibile precedente edificio, fino a pochi anni fa era ancora sconosciuta la data di costruzione della chiesa attuale, anche se era forse sufficiente leggere attentamente lo Scardini per poterla ragionevolmente collocare nell’ultimo ventennio del secolo XVI. La verità è che, al di fuori del documentato lavoro dell’Andenna sul periodo del castello medievale, nessuno aveva avuto occasione di studiare da vicino San Colombano e la sua storia. Nel 1981, Alfredo Papale, frugando tra le filze del notaio Pietro Francesco Zaburro, un gozzanese abitante a Briga dove fu attivo per quasi un trentennio, tra il 1556 e il 1595, rinvenne il contratto, stipulato tra il parroco Bartolomeo Marucco e mastro Pietro Petrone della pieve di Lugano, per la costruzione dell’edificio religioso di San Colombano.

Giusto sul finire della propria carriera, messer Zaburro, qualcosa a metà fra il notaio e il sensale, ebbe modo di rogare, in data 26 giugno 1594, lo storico documento. (Fra pochi anni, sarà possibile celebrare degnamente il quattrocentesimo anniversario del santuarietto tanto caro ai Brighesi).
Il 26 giugno 1594 era domenica, quando si riunirono in canonica, quasi sicuramente dopo i vespri, il curato Marucco e il capomastro Petrone, alla presenza di due testimoni: Giuseppe Sardiano figlio di Giulia, ch’era forse il sagrestano; e Miletto Miletti, figlio di Giacomo, una sorta di maggiorente locale, probabilmente un consigliere del parroco.

Vale la pena di leggere con attenzione il breve rogito notarile, scritto in volgare. Don Marucco - un maggiorese giunto 12 anni prima a Briga, dove era destinato a operare con grande impegno fino alla morte, avvenuta nel 1622 al suo paese di nascita - promette di voler costruire una chiesa dedicata a San Colombano sulla sommità del Monte del Castello. Pagherà trenta scudi d’oro, e offrirà inoltre due brente di vino (probabilmente di Maggiora), che immaginiamo verrà bevuto dai muratori durante i lavori.

Il parroco s’impegna a fornire tutti quegli attrezzi che mastro Petrone non ha con sé. Dovrà altresì provvedere con propri uomini allo scavo per le fondamenta, e a fare abbattere i muri delle fortificazioni ancora esistenti allo scopo di ricavarne le pietre necessarie alla nuova costruzione.
Sembra di capire, che il capomastro Petrone sia uno di quegli artigiani comacini e ticinesi che girarono per secoli a costruire edifici religiosi e civili portandosi dietro disegni e pochi ma provetti muratori (i manovali venivano reclutati sul posto: in questo caso, li fornisce il committente). Anche nel contratto stilato dal notaio brighese si parla di un disegno, che deve rimanere presso don Marucco, e che è forse una copia di altri in possesso dell’impresario. L’elaborato grafico non ci è pervenuto, e non sappiamo purtroppo di più di quello che viene descritto nel contratto.
Secondo quanto viene registrato nel documento, il costruttore Petrone s’impegna di far lo Coro de la sudetta Chiesia di largeza come è presente la sudetta chiesia. Il che non appare ben chiaro.

Esisteva già una chiesa? Oppure ci troviamo di fronte a un contratto rogato, come si direbbe oggi, in corso d’opera, a lavori cioè iniziati? Francamente, non so da quale parte schierarmi. In ogni modo, il nuovo edificio sarà lungo braza 127 al netto, cioè 127 braccia dall’interno dei muri, e di altezza proporzionata alla lunghezza. Avrà una volta retta da doii Pilastri et doii mezi pilastri nel principio dii Coro, et al fondo desso Coro doii mezi Pilastri per ogni parte.

Nel contratto si parla di basse et Capitelli, di Corinisone et architravo conforme al desegno. Mastro Pietro dovrà ancora far gaio et biancho tutto l’interno, etfar la rizandina difora verso le fenestre. Un progetto in piena regola, dunque, ben articolato, dettagliato. Non sappiamo se verrà subito eseguito tutto. In ogni caso, si faranno in seguito delle aggiunte.

Nel 1602, la chiesa di San Colombano verrà visitata dal venerabile Carlo Bascapé, il quale ordinerà, tra l’altro, di costruire la sagrestia. Anche il suo successore, il cardinale Ferdinando Taverna, che fu sulla cattedra di San Gaudenzio dal 1615 al 1619, salirà nel maggio del 1617 sulla collina brighese. A quanto sembra di capire dalle sue disposizioni, la chiesa manca di una porta e di tutti gli altri infissi. Si faccia almeno un cancello di legno ordinerà il presule -, e si provveda affinché gli uccelli non entrino dalle finestre a nidificare nella chiesa con poca decenza.

Nel 1617, c’è già una campana: intorno a quel tempo s’incominciò a costruire la casa per l’eremita, e si fece la balaustra in chiesa. In quel tempo, secondo una nota del parroco Marucco, lavorò nella chiesa il pittore Ferratelle: chi fosse questo Ferratelle, che non sono riuscito a trovare in nessun repertorio artistico, non saprei dire: ma quasi sicuramente si tratta dell’autore degli affreschi del presbiterio, ancora ben conservati, e raffiguranti alcuni santi: da sinistra Biagio, Carlo, Cristina, Francesco e Chiara, Gerolamo, Lucia, Antonio Abate.

Carlo Borromeo era stato appena canonizzato (1610), e subito a Briga (come certamente in tanti altri paesi) molti bambini venivano chiamati con il suo nome. Siamo comunque di fronte a uno degli esemplari certamente meno conosciuti della vasta iconografia carliana. Nel quadro di San Gerolamo con il teschio e il crocifisso, è visibile sullo sfondo un possibile paesaggio brighese, con la chiesa di San Tommaso (senza campanile, però) in primo piano, in alto quella di San Colombano con la torre, più sotto un mulino a vento (?), in lontananza il Mottarone (?). Così almeno sembrerebbe di vedere.

Questi dipinti, fino a pochi anni fa parzialmente nascosti dall’altare ligneo rubato, di cui dirò più avanti, non sono forse mai stati osservati da vicino dagli esperti. Incominciò il Rusconi (lo stesso che dava per scomparse le pitture romaniche di San Tommaso) a scrivere che gli affreschi di San Colombano ricordano Fermo Stella; anche il Bazzetta pensa al pennello dell’allievo o collaboratore del grande Gaudenzio di Valduggia. Più prudente appare don Bergamaschi, che ritiene di attribuire i nostri affreschi alla scuola di Fermo. Incredibilmente, in un libro fondamentale per la storia artistico-religiosa del Novarese (Novara e la sua terra, 1980), non si esita ad affermare tout court che le pitture di Briga sono opera dell’artista di Caravaggio, che - come è noto - lasciò molti lavori nel Novarese e nell’Ossola.

Resta il fatto che il maestro bergamasco fu attivo nella prima parte del Cinquecento, e che era già morto da circa mezzo secolo quando don Marucco fece dipingere gli affreschi di San Colombano. Lascio ad altri il compito di andare a fondo nella questione, mentre ricordo che gli affreschi non sembrano firmati, ma che risultano tuttavia datati (1622), e che tale anno appare sopra la figura di San Biagio in maniera ben evidenziata. Sopra Sant’Antonio si legge poi la scritta ANTONI MARTIOLVS: forse si tratta del nome del committente, del benefattore che ha finanziato il lavoro: un Marzolo che portava il nome del santo? Ritorniamo ai vescovi, che non perdono di vista il santuario sulla collina: o è il parroco che ne è orgoglioso? Nel 1626, sale a San Colombano, monsignor Giovanni Pietro Volpi, vescovo a Novara dal 1622 al 1636. Nel 1663 è la volta di Giulio Maria Odescalchi, fratello di papa Innocenzo IX, un vescovo che amava muoversi, tanto che tra il 1656 e il 1666 visitò due volte tutte le chiese della diocesi.

In quel tempo si teneva al mulino un sacchetto per l’elemosina a favore di San Colombano, ma altri fondi venivano raccolti dal parroco e dall’eremita. I contributi più cospicui arrivavano dai Brighesi emigrati, in particolare da un gruppo che si era stabilito nella città dei papi, e che aveva costituito la Societas Romae. Questo sodalizio, fu presente in occasioni diverse. Fin dal 1603, secondo il Bergamaschi (ma trovo un riscontro solo in un appunto di don Signini, che dice di aver ricavato la notizia da un certo manoscritto Tagini che in parrocchia non si trova più), i Brighesi di Roma avevano donato un bellissimo complesso ligneo composto di tre statue: l’Annunciata, l’Arcangelo Gabriele e il Padre Eterno, più una bianca colomba.

Gli stessi fedeli doneranno due reliquie insigni: la gamba di San Colombano Martire e la testa di San Flaviano Martire. Ma la donazione più cospicua deve essere stata quella del 1666: quella volta, i nostri Romani mandarono cento scudi, con i quali il parroco Alberganti potè costruire il portico con gli angeli che suonano la tromba (chissà perché cancellati nel 1973).

Altre notizie? Nel 1718, fu fatto scolpire il crocifisso di legno dell’architrave, ora prudenzialmente rimosso. Per tanto tempo, insomma, si è cercato di abbellire il santuarietto, d’impreziosirlo, di caricarlo di ex voto. Ma vennero i furti, che diventarono più frequenti negli ultimi decenni, tanto da arrivare alla completa spoliazione.

I ladri sacrileghi incominciarono - a quanto pare - a “visitare” l’oratorio nel 1789, portando via gli ex voto più belli. In seguito le visite s’intensificarono. Nel novembre 1970, i malviventi smontarono praticamente l’altare in legno per asportarne le cariatidi, lasciando però sul posto - secondo le cronache giornalistiche di allora - la tela seicentesca dell’Annunciata. Ma forse sbagliavano i cronisti, perché ora la tela (che in realtà era una tavola di legno) non ci sarebbe più.
Altro “colpo” l’anno dopo, nell’ottobre 1971, quando fu trafugato il prezioso gruppo ligneo dell’Annunciazione, sostituito nel 1973 con l’attuale, un prodotto della Val Gardena.

Nello stesso 1973, don Marino Piffero, un parroco che aveva particolare cura per gli edifici religiosi, fu costretto a far restaurare la chiesa, partendo dal tetto e operando soprattutto nell’interno, privo ormai delle sue cose migliori. La mia modesta impressione è che si sia andati un po’ più in là delle intenzioni di don Marino, scalpellando e imbiancando fino a cancellare ogni segno caratteristico della chiesetta campestre, che oggi appare trasformata in un moderno oratorio urbano. Forse erano i tempi... La chiesa di San Colombano è sempre stata nel cuore dei Bnighesi, che per secoli vi hanno celebrato funzioni e novene propiziatorie o di ringraziamento. In particolare, durante le due guerre mondiali le donne sono salite ad invocare l’aiuto della Madonna protettrice del paese. In questi ultimi decenni, sono venuti di moda i matrimoni a San Colombano. Il posto è diventato sempre più meta di scampagnate domenicali. Sopravvive la festa tradizionale di primavera. Durante la sagra del 1962, il coadiutore don Mario Gagliazzi e una decina di giovani furono colpiti da un fulmine, ma riportarono solo lievi conseguenze. La Madonna e il vecchio San Colombano li avevano protetti? Fu dipinto un ex voto.