Comune di Briga Novarese

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Il Medio Evo

Tratto da “Briga c’è” – Supplemento al periodico “Briga Informazioni” - 1990

Briga fu nel XII secolo uno dei centri più importanti dei conti di Biandrate nel Novarese, la sua posizione sulla strada verso Gozzano, il Cusio e l’Ossola rendeva indispensabile il controllo del colle che sovrastava il paese: da lassù si potevano dominare la pianura verso la città e la Riviera d’Orta, nonché i passaggi diretti al Vergante ed al lago Maggiore. La rilevanza del centro abitato è anche testimoniata dagli affreschi absidali della chiesa di San Tommaso, sicuramente riferibili alla prima metà dell’XI secolo. Il paese, con la sua villa ed il suo castrum, è inserito nell’elenco dei possessi confermati da Corrado III tra il 1140 ed il 1141 al conte Guido di Biandrate. Fu in seguito costantemente citato nei diplomi imperiali, dati alla famiglia comitale da Federico I, Enrico VI ed Ottone IV. Ma da quando esisteva sul colle una fortificazione? Alcuni studiosi vorrebbero datare l’origine della fortezza all’epoca romana o addirittura ai castellieri celtici: è difficile dire senza i risultati di uno scavo archeologico entro il perimetro del castello, tuttavia la posizione può richiamare altri insediamenti di castellieri preistorici. Ma in assenza di dati precisi sarà bene limitarsi a datare la fortezza ancora oggi visibile, seppur per ruderi, al XII secolo.

Dopo la costruzione dei borghi franchi di Borgomanero e Borgo Ticino e a seguito dell’accordo del 1200 tra Novara e i da Castello, Briga si trovò al centro di un’area su cui il Comune cittadino era interessato ad espandersi e ben presto divenne luogo di guerre. Prima del 1197 Novara aveva attaccato il paese e i consoli Gregorio da Seso e Uberto Camisia avevano arrecato gravi danni alle chiese, alle proprietà del conte Rainerio di Biandrate e ai beni degli uomini che abitavano a Briga.

Costoro erano ricorsi al tribunale di Enrico VI ed era stata pronunciata una sentenza a loro favorevole dai giudici Ottone Cendelario e Alberto, vescovo di Vercelli. Nel 1202, durante il trattato di Zottico tra Novara e i conti, la questione era riemersa, ma i Novaresi avevano imposto il principio della uguaglianza dei risarcimenti: si dimostravano cioè pronti a pagare i danni a patto che i conti e gli uomini di Briga rimborsassero a loro volta ai Novaresi le distruzioni che pur avevano effettuato nei centri dipendenti dal Comune. Pagate le spese, secondo il dettato della sentenza di Ottone Cendelario, i conti e gli uomini di Briga avrebbero dovuto cedere a Novara gli atti del processo e la sentenza scritta per mano del vescovo Alberto, inoltre i preti del luogo avrebbero consegnato ai consoli cittadini i loro atti processuali. Briga da quel momento diveniva un Iocus novarese e i suoi uomini erano costretti a pagare il fodro di 60 soldi al Comune, anzi i cittadini stabilirono un numero massimo di abitanti in modo da impedire che divenisse un centro pericoloso: «Il luogo di Briga abbia inter villam et castrum sino a 100 fuochi e tale numero sarà diminuito o aumentato a discrezione dei plenipotenziari di Novara. Se vi saranno più famiglie di quanto è stabilito il Comune potrà eliminarle (destruere et removere)».

La proprietà del castrum era rimasta ai conti, ed in particolare a Rainerio, ma la fortezza interessava agli uomini della città soprattutto durante i momenti della guerra con Vercelli, combattuta per il possesso della Valsesia. Nel 1217 i Biandrate si erano alleati a Vercelli ed i loro castelli, compreso quello di Briga, potevano diventare dei pericolosi centri militari contro Novara, pertanto il 19 agosto 1218 il podestà Proino degli Incoardi riuscì ad attirare il conte Guido, figlio di Rainerio, entro l’orbita politica novarese. Per una consistente somma di denaro il Biandrate avrebbe consegnato al Comune il castello e la torre di Briga, liberi da ogni impedimento, e la città li avrebbe tenuti per tutto il tempo della guerra. La cessione sarebbe avvenuta entro 8 giorni dalla richiesta fatta al conte o agli uomini della guarnigione di Briga: la fortezza avrebbe potuto essere usata contro tutti, ad eccezione dei Milanesi e dell’Arcivescovo, contro i quali il castello non poteva essere utilizzato, giacché il conte aveva concluso con il presule ed il Comune lombardo degli accordi di alleanza con giuramento di fedeltà. «In questo castello il Comune di Novara dovrà tenere un cittadino come castellano e con lui avranno residenza tanti uomini quanti sarà ritenuto necessario dai responsabili politici e militari della città per custodire la fortezza e fare la guerra. La persona del castellano dovrà pure essere gradita al conte e pertanto sarà scelto un cittadino che goda della sua fiducia».

Qualora il Biandrate si fosse rifiutato di cedere il castello avrebbe dovuto pagare a Novara una multa di 1000 lire e la città considerava fideiussori del conte, sino al pagamento dell’intera cifra, tutti gli uomini abitanti a Briga e dipendenti da Guido. Anzi, tutti costoro erano tenuti a combattere per il Comune di Novara in tempo di guerra sia entro i confini dell’episcopato, sia fuori di essi, cioè sia in caso di conflitto offensivo, sia in caso di operazioni difensive. Al termine delle guerre e durante le tregue la fortificazione avrebbe dovuto essere restituita al Biandrate; qualora Novara non avesse voluto più cederla avrebbe pagato al conte le 1000 lire, valore presumibile del castello.

L’accordo fu rispettato per alcuni anni, poi Guido preferì il 12 maggio 1222 trattare con il podestà di Vercelli, Ugo Prealone; il Biandrate accettò di diventare cittadino del comune eusebiano e di pagare un fodro di 100 soldi all’anno. Si impegnò poi a cedere il castello di Briga a suo fratello Corrado, il quale - eccettuata la fedeltà all’arcivescovo di Milano e all’imperatore - avrebbe combattuto a nome di Vercelli contro Novara. Qualora Corrado fosse morto Guido avrebbe affidato il castrum ad uno dei conti residenti al di qua della Dora, sul quale Vercelli potesse contare ad guerram faciendam. In questo caso la città si impegnava a mantenere in perfetta efficienza la fortezza, garantendo una custodia e una efficace difesa. Infine la fortificazione avrebbe dovuto essere restituita a Guido dopo 15 giorni dalla firma del trattato di pace e prima della cessione era obbligatorio apportare miglioramenti per un valore di 10 lire. Il 25 settembre 1222 un nuovo accordo tra il conte di Biandrate ed il podestà di Vercelli lascia supporre che Guido cercasse di riavere la fortezza di Briga per evitare gravi complicazioni con Novara. «Giacché il conte Guido, secondo la forma dei precedenti patti, aveva dato il castello di Briga al conte Corrado suo fratello, perché facesse guerra a Novara a nome del Comune di Vercelli, di nuovo si è stabilito tra il podestà, Ugo Prealone, e i conti che la fortezza di Briga, ora tenuta da Corrado secondo i patti, sia restituita secondo le stesse convenzioni al conte Guido. Costui la terrà e la custodirà per un anno alfine di far guerra a Novara. Passato l’anno - se non vi saranno nuovi accordi - il castello sarà restituito al conte Corrado, perché lo custodisca; ciò è valido solo se proseguirà la guerra. Se durante l’anno vi sarà la pace, Corrado consegnerà a Guido la fortificazione secondo il dettato dei patti. Inoltre da questo momento in avanti il Comune di Vercelli potrà tenere nel castello cavalieri, pedoni e servitori allo scopo di combattere la guerra contro Novara». Al contrario il conte Guido restava unico possessore della torre e del domenglonus, che avrebbe difeso a sue spese. Per la custodia del Castrum invece Vercelli stanziava 270 lire che Ugo Prealone avrebbe versato in quattro rate al conte.

Il 23 novembre dell’anno successivo Novara e Vercelli conclusero la pace: tra i patti Novara riconfermò il trattato del 19 agosto 1218 ed annullò i più recenti accordi tra Guido ed il Comune rivale. La clausola non fu rispettata dal conte, che nel 1222 aveva subito gravi danni ad opera dei Novaresi sul territorio di Briga: il fratello Corrado era morto ed i rapporti tra Guido e Vercelli divennero più stretti. Il 26 giugno 1224 il conte chiese la liquidazione dei capitali da lui spesi per riparare le distruzioni arrecate dai Novaresi; il podestà propose una dilazione, ma il Biandrate protestò di non poter aspettare, poiché doveva compiere parecchi affari prima di recarsi in Romagna. Vercelli probabilmente non poteva pagare, per cui il 12 luglio il cardinal Guala Bicchieri, il vescovo Ugo, e l’arcivescovo di Milano, Enrico, interposero la loro mediazione al fine di convincere il Biandrate ad aspettare ancora per alcuni mesi la liquidazione dei danni dati da Novara in loco etpoderio Brie. Ricevette infine 360 lire pavesi il 2 dicembre 1224 e con questa cifra si considerava liquidata la competenza per la passata custodia del castello e quella futura sino al 1° luglio dell’anno successivo. Era evidente che Vercelli continuava a mantenere una guarnigione a Briga e il conte Guido lo lasciò chiaramente intendere quando pose tra i patti che tale cifra non lo avrebbe minimamente indennizzato qualora i Novaresi si fossero recati ad assediare il castello o avessero costruito sul posto delle fortificazioni a danno della proprietà comitale. La scomparsa e la distruzione delle carte del Comune di Novara impedisce di conoscere le successive vicende della fortezza, ma la torre divelta è una eloquente testimonianza della violenta fine del castrum di Guido di Biandrate.