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| Tratto da | “Briga c’è” – Supplemento al periodico “Briga Informazioni” - 1990 |
Il termine briga sta per alpe, colle, poggio od altura: in dialetto piemontese brich o brik ed in quello lombardo bria o simili. Esso, come ha rilevato il Serra ed anche il Besta, denuncia un sostrato ligure o celto-ligure e concorre a delineare quella che, in un dato momento della preistoria, è la comunanza della lingua. Perciò, come toponimo, indica l’antichità del luogo da noi studiato così come ci è anche documentata da numerosi reperti archeologici. A Briga Novarese è venuta in luce un’ascia neolitica in pietra verde levigata già descritta dal Gastaldi, ed un sepolcreto di cremati che, per il carattere della ceramica, la forma e la decorazione della stessa, è da attribuirsi al periodo della civiltà di Golasecca. Notevoli sono poi i ritrovamenti di età romana avvenuti proprio nella vicinanza della vetusta chiesa di S. Tommaso. Si tratta di are votive, di fistole plumbee di acquedotto, di embrici, di tombe provviste di corredo funerario costituito da oggetti fittili (olpi ed urne), vasi di vetro, braccialetti di bronzo, monete, a cui «vanno aggiunti un numero certo elevato, per quanto naturalmente imprecisabile, di ritrovamenti clandestini», tra cui numerosi «aurei» romani. I reperti archeologici furono tutti casuali ed indubbiamente molto altro materiale verrebbe alla luce allorquando venissero fatte ricerche e scavi sistematici, perché Briga Novarese sin dal 200 d.C. è inserita su vie di comunicazioni importanti. I Romani, che già si erano resi conto che le pendici del lago d’Orta offrivano un passaggio più facile per raggiungere i valichi alpini dell’Ossola, tracciarono quella strada passante per la valle dell’Agogna che, da Novara, Momo, Borgomanero, Briga, Ameno, Miasino, Armeno, Agrano, Omegna, porta a Gravellona, Ornavasso, Domodossola ed ai passi dell’Ossola: via sulla quale, a Borgomanero, si innestava anche la strada proveniente da Vercelli attraverso l’agro di Romagnano. Il castro romano posto sull’altura maggiore del paese, in località che presenta tutte le caratteristiche solitamente scelte per un castelliere gallico, era in diretto contatto segnaletico con la torre di Buccione al nord e, a sud, con quelle situate nell’arco che va da Maggiora a Borgomanero, a Gattico e ad Agrate, ciò che permetteva il controllo dei movimenti offensivi che avrebbero potuto verificarsi verso la sponda destra del Ticino come verso la sponda sinistra del Sesia. Pertanto la posizione geografica di Briga giustificò il costituirsi sulle sue terre di un insediamento arimannico longobardo, mentre, per il persistere della sua importanza strategica, Briga venne particolarmente ricordata nei patti tra Novara e Vercelli per le discordie coi conti di Biandrate.
Ma un altro interessante aspetto dell’antichità di Briga Novarese ci è dato dalla dedicazione della chiesa del castello a San Colombano, dedicazione che ci ricorda l’ondata di evangelizzazione salita da Pavia dal VII all’VIlI secolo, nella quale ebbe preponderanza la missione dei monaci di S. Colombano. L’origine primitiva di tale cappella va attribuita ai signori del comitato di Pombia, i cui conti hanno poi ricostruito la chiesa precedente allorquando diedero espressione medioevale al preesistente fortilizio romano, poi longobardo. Anche lo stanziamento longobardo tra il Sesia ed il Ticino è stato spiegato dal Tabacco nella sua opera su «i liberi del re», portandoci ad una realtà dei fatti che supera l’affascinante interpretazione del Bognetti sulle arimannie, e fu uno stanziamento che, ancora per tale regione, ci è pure avvalorato da alcune dedicazioni a San Colombano. Il culto di questo santo ci fa supporre un insediamento longobardo anche a Briga, perché la stretta unione tra la fondazione di Bobbio e la vita politico religiosa dei Longobardi fecero sì che «le dipendenze bobbiesi ed il culto a San Colombano si propagassero preferibilmente entro i territori facenti parte del regno, dal Piemonte al Veneto». Una fitta rete di celle, di ospedali, di cappelle rurali, intitolate a S. Colombano, avvolse tutta l’Italia Settentrionale «a testimonianza della potente irradiazione raggiunta dal cenobio bobbiese».
Briga era situata lungo una via romana, poi francigena, e sin dal tempo di Liutprando (712-744) le fondazioni monastiche di chiese e cappelle rientrano nel quadro «di un profondo riordinamento della rete stradale romana», sconvolta dall’impeto bellicoso dei barbari e quindi della creazione di quella rete di vie francigene dell’età altomedioevale sulla quale si svolse il movimento dei pellegrini e dei mercanti.
Anche la dedicazione della prepositura di Biandrate al fondatore dell’abbazia di Bobbio ne suggerisce una di origine monastica nata prima della prepositura, diversamente, allo stato attuale della documentazione, sembra impensabile che il collegio dei canonici di Biandrate, già esistente nell’XI secolo, avesse scelto per suo patrono San Colombano invece di qualunque altro santo. La stessa situazione di Biandrate deve essersi avuta a Briga perché «non sembra improbabile che a Briga vi fossero canonici al castello di S. Colombano come vi erano canonici al castello di San Colombano in Biandrate». Ciò era avvenuto quando, per l’imperversare delle incursioni, nel secolo X si determinò un notevole cambiamento nella distribuzione delle popolazioni rurali.
Con la formazione delle signorie territoriali attorno ai castelli situati in posizioni politicamente e strategicamente opportune, i signori, sovente, quando vi erano dei monaci che già tenevano la chiesa castrale, si valsero degli stessi per organizzare le chiese vicane, nello sforzo di impedire la crisi della chiesa privata. Ciò deve essere avvenuto anche a Briga per organizzare la chiesa vicana del piano.